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Albo d'oro

Categoria NARRATIVA - 1 ° classificata

“Nessuno più mi chiama Gabriele” - Isabella Luconi
Oh che bel castello dirindino dirindello
Oh che bel castello dirindino dirindin…
Dai nonno muoviti, gira più veloce.
Le voci squillanti dei suoi nipotini gli stavano perforando le orecchie.
Dal punto in cui era, poteva vedere sua figlia che affacciata alla finestra, guardava commossa verso di loro e salutava ascendenti e discendenti.
Chissà poi cosa c’era di commovente nel vedere un vecchio rincitrullito che girava in tondo cantando oh che bel castello.
Con grande sforzo era riuscito con il tempo ad accettare il girotondo, ma quello che proprio non sopportava era di aver perso il suo nome, nessuno più lo chiamava Gabriele.
Tutti lo chiamavano sempre e solo nonno: sua figlia, suo genero, i suoi nipotini, e questo sicuramente da parte loro era comprensibili, anche se, proprio a voler essere pignoli, nonno lo era solo dei suoi nipoti.
Di sua figlia era il padre e di suo genero il suocero, però quello che non capiva e che più lo faceva arrabbiare era come lo salutavano i conoscenti del suo paese “ciao nonno, come va?” e come vuoi che vada pensava stizzito, quando un poveraccio, oltre ad aver perso il vigore del fisico, si è perso anche il nome, e così rispondeva “và và…” e con grande soddisfazione accompagnava con il pensiero il posto dove avrebbe volentieri mandato i suoi compaesani.
Ma non poteva farci nulla, il suo ruolo era stato deciso dalla sua famiglia, durante una riunione plenaria intorno al tavolo della cucina, e scandito temporalmente:
di mattina sarebbe stato il nonno delle commissioni in paese
di sera il nonno – sitter dei bambini
Non lo avevano sentito rientrare e lui come un ladro si era tenuto nascosto per ascoltare quello che stavano complottando.
Il complotto, degno del miglior servizio segreto italiano che non ne azzecca mai una, si era concluso con la decisione che Lui non era più Gabriele, ma il “nonno” e come tale avrebbe avuto la responsabilità di alcuni lavori e mansioni tipici dei nonni: fare la spesa e giocare con i nipoti. Dovevano farlo sentire utile, così spiegavano i genitori ai bambini, altrimenti si sarebbe lasciato andare e nel giro di poco tempo avrebbe perso la sue capacità intellettive e poteva anche lasciarsi morire, così come fanno tante persone anziane.
Che strane idee aveva la sua famiglia, a parte l’impero romano che andò in rovina a causa degli ozi dei suoi imperatori, non gli risultava che nessuno fosse mai morto per il troppo riposo, al limite aveva conoscenza di gente morta per il troppo lavoro.
Gabriele smise per un attimo di ascoltarli, immaginandosi guardiano di un carcere dove erano stati rinchiusi tutti gli psicologi e gli psichiatri del mondo, costretti ad espiare le loro gravi colpe, condannati dantescamente a passare la giornata facendo la spesa e facendo girotondi con i bambini per l’eternità.
Il complotto intanto continuava, con la decisione di sua figlia Laura, di chiedergli di fare la spesa, e gli avrebbe detto che questo l’avrebbe aiutata molto, perché gli sarebbe rimasto molto più tempo per le altre faccende domestiche.
Secondo Lei, questo modo di proporgli la cosa lo avrebbe fatto sentire molto utile e importante.
Gabriele aveva sempre odiato fare la spesa, e Laura questo lo sapeva, scegliere la frutta, sorbirsi gli eterni chiacchiericci delle donna, sulla frutta di stagione che costava meno delle primizie.
Che ovvia idiozia.
Si ricordò di quelle rare volte in cui sua moglie gli chiedeva di andare dal fruttivendolo e Lui dopo aver condiviso, con fare cortese e gentile le grandi e mondiali preoccupazioni delle massaie, che comprando la frutta di stagione pensavano di aiutare l’economia globale, ordinava cinque chili di primizie e tutte guardavano con disagio quell’uomo al quale non importava nulla dell’economia, ma solo dei suoi appetiti. Che divertimento, lasciarle con quell’espressione idiota stampata sul viso, e quando tornava a casa la sua dolce Annamaria, la compagna della sua vita, sospirava paziente, e metteva le primizie nel frigorifero.
Ma Laura aveva deciso che era Gabriele a non voler fare la spesa, mentre il nonno sì, lui sì che l’avrebbe fatta volentieri e avrebbe chiacchierato con le massaie del paese, e si sarebbe sentito molto utile nello stabilire che un chilo di mele costava meno di un chilo di fragole fuori stagione.
Di sera invece gli avrebbero chiesto di guardare i nipotini, così che Lei e il marito potessero uscire. Nella loro graduatoria questo era il massimo che si potesse pensare per farlo “sentire utile”.
Non che Gabriele non volesse bene a Marta e a Franco, ma quando li osservava non capiva, né cosa facessero né a cosa pensassero.
Aveva letto un sacco di libri e riviste sul “patrimonio culturale delle persone anziane che deve essere conservato e trasmesso alle nuove generazioni”, e così per non essere il solito scorbutico che critica sempre tutto, aveva provato a raccontare della guerra, del fascismo, della resistenza, ma alla fine Marta e Franco gli avevano chiesto perché i partigiano non avessero chiamato Harry Potter per aiutarli e perché Mussolini non avesse mandato una e-mail ad Hitler per avvisarlo di quello che stava succedendo.
Di fronte al suo sbigottito silenzio, erano corsi dalla mamma per dirgli che il nonno era “sconnesso”, e sua figlia si era arrabbiata moltissimo quando lo aveva trovato, seduto sul divano, con lo spinotto del computer nell’orecchio, l’espressione ebete ed un cartello attaccato al petto con su scritto:
“Fatemi pure tutte le domande che volete, adesso sono connesso”.
Ma la vera tragedia era successa con i gelati.
Ora una persona normale deve avere molta fantasia per riuscire a pensare ad una crisi familiare causata dei gelati, ma sembra che tutto ciò che riguarda i “nonni” non rientri nella normalità, è come se una persona assumendo l’identità di nonno diventi un alieno, senza più i normali desideri di un essere umano.
Laura aveva deciso che i bambini dovessero fare merenda con un gelato a testa, rigorosamente alla frutta, senza additivi né coloranti, e con un calcolo preciso delle vitamine e delle calorie, pena la diffida da parte del Tribunale dei minori per incapacità genitoriale e conseguente affidamento dei bambini al servizio sociale.
L’importante compito era stato come al solito affidato a lui, in qualità di nonno, e non a Gabriele, perché quest’ultimo era golosissimo di gelati, e pertanto non sarebbe stato affidabile.
Dopo aver ascoltato tutte le raccomandazioni del caso da parte di sua figlia, compresa quella di stare attento che il gelato non fosse troppo gelato, era sceso in paese con i suoi nipoti.
Si erano seduti al bar, e avevano ordinato, tre coppette alla fragola e al limone, Lui aveva anche provato a chiedere che i gelati gli fossero serviti a temperatura ambiente, ma il barista aveva cominciato a borbottare strani frasi sulla demenza senile e sulla pazienza che ci vuole con gli anziani. E quando Lui aveva replicato stizzito, che sua figlia aveva solo trentacinque anni e che non soffriva di demenza senile, se ne era andato tornando quindici minuti dopo con tre coppette dove galleggiava uno strano miscuglio rosa chiaro, orribile a vedersi, ma rigorosamente a temperatura ambiente così come aveva ordinato sua figlia.
Gabriele, di fronte all’espressione delusa dei bambini, mise da parte il nonno, e ordinò tre enormi coppe alla panna e cioccolato, guarnite con bandierine e pennacchi colorati, che ognuno di loro sfilava ridendo dalle coppette, per infilarsele nei cappelli ed intorno alle orecchie e così li aveva trovati sua figlia, che aveva avuto l’infelice idea di andare a verificare come procedeva l’esperimento del gelato-merenda.
Gesù quanto si era arrabbiata, e continuava ad arrabbiarsi sempre di più, perché nessuno di loro l’ascoltava, troppo divertiti a guardarsi l’un l’altro i baffi sporchi di panna, e la cioccolata sparsa sui capelli e sulle magliette.
Alla fine aveva preso i bambini per mano e li aveva portati via, dicendogli con gli occhi rossi di pianto, che era un nonno inaffidabile.
Gabriele rimase seduto da solo al tavolo ingombro di bandierine e coppette mentre una lacrima, ospite indesiderata, si affacciava sulla sua guancia. Era la prima da quando Annamaria se ne era andata.
L’asciugò con un dito, ma un’altra furtiva subito rotolò a rimpiazzare la prima e una terza più furba delle altre non si fece acchiappare e scivolò lungo il collo.
Erano trascorsi sei mesi da quando Annamaria era morta, e non aveva mai pianto, certo come faceva Gabriele a piangere, Lui non esisteva più, l’avevano sostituito con il nonno, e un nonno non può piangere, non può nel silenzio della sua camera sentire ancora il dolce profumo della sua Annamaria, un nonno non può struggersi nel desiderio di abbracciarla, di stringerla a sé per sussurrarle quanto l’amava.
Un nonno non può amare, ma solo essere voluto bene.
In silenzio si sfilò la camicia e poi i pantaloni e le scarpe, li piegò con cura, appoggiandoli sull’arenile dove andava sempre quando voleva stare solo a pensare.
Gli piaceva quel tratto di mare, dove il sole andava a riposare dopo la fatica quotidiana di illuminare il mondo, gli piaceva quel colore dorato che assumeva il cielo, gli ricordava il colore dei capelli di Annamaria, e quasi gli sembrava di vederla fra una nuvola e l’altra sorridergli e bisbigliare piano il suo nome.
In genere questo era sufficiente per fargli dimenticare di essere un nonno, bastava che guardasse in alto verso la luce e quel bisbiglio che entrava nel suo cuore lo faceva di n uovo tornare ad essere uomo, un uomo chiamato Gabriele.
Ma stasera quel bisbiglio era lontano, non riusciva a sentirlo.
Si sentiva in trappola, ovunque si girasse Gabriele non c’era, c’era solo il nonno, lo guardò, così raccolto e ordinato sull’arenile, e senza far rumore si allontanò da Lui entrando in quel mare calmo e dorato per avvicinarsi alle nuvole e poter sentire di nuovo quel bisbiglio tanto amato. Nuotava piano senza fatica, lasciandosi cullare dalle onde, come un bimbo nel ventre materno.
Si girò per l’ultima volta verso la riva, dove sua figlia, con i suoi vestiti in mano gridava: nonno, nonno torna indietro, ti prego nonno fermati.
Ma Lui non stava più cantando Oh che bel castello, non poteva fermarsi, non poteva tornare indietro, Annamaria lo stava aspettando.
E nel silenzio del mare, con il cuore pieno d’amore bisbigliò alle nuvole “ecco, sto arrivando”.
E Gabriele tornò a vivere per l’eternità.
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